“Stick to Sports”

NY Times: Trump Blasts Warriors’ Curry. LeBron James’s Retort: ‘U Bum.’

Wash Post: Trump turns sports into a political battleground with comments on NFL and Steph Curry

Fox News: Trump vs. pro sports: President finds new target in America First agenda

Breitbart: Donald Trump Cancels NBA Championship Invitation to Steph Curry and the Warriors

I quattro link precedenti, diversissimi fra loro, parlano dello stesso fatto di cronaca: i Golden State Warriors, campioni NBA uscenti, non andranno in visita alla Casa Bianca durante la loro annuale trasferta nella capitale statunitense, rompendo una tradizione che vede le franchigie campioni uscenti nei principali sport statunitensi incontrare il Presidente degli Stati Uniti.

A margine: non sarebbe stato divertente vedere Trump in NBA 2K19? (Realistico quasi quanto i Clippers campioni NBA)
Ho messo quattro link diversi non perché una notizia che si basa su una serie di tweet e due minuti di comizio può essere interpretabile a seconda dall’orientamento politico del media che la copre (ciao, #AlternativeFacts), ma perché penso sia interessante, in tempi di lancinanti divisioni culturali e sociali, leggere i diversi modi di riportare la stessa notizia e, quindi, l’uso delle parole che si fa nel riportare il tutto.

Quello che mi ha colpito più di questa vicenda è però il tweet di un (eccellente) comunicatore di professione come Ari Fleischer, ex addetto stampa per Bush 43, oggi a capo di un’importante agenzia di comunicazione che annovera, tra le altre, anche organizzazioni sportive.

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Tutte le volte che sport e politica entrano in contatto tra loro, qualcuno tira fuori dal suo cassetto delle frasi di rito il concetto di Stick to Sports.

Dimenticandosi, però, che il rapporto tra sport e politica è totalmente indissolubile: lo sport oggi esiste, come fenomeno di massa globale, grazie alla politica.

È molto difficile trovare un evento sportivo globale, un momento iconico che ha segnato la storia dello sport, in cui è difficile trovare traccia della politica.

Olimpiadi, Mondiali, Campionati Europei, Campionati Nazionali, persino singole partite o derby cittadini.

Quando uno sport dimostra una capacità di aggregare folle, pensieri, opinioni, questo entra sempre in rotta di collisione con la politica, finendo per mescolarne persino il linguaggio (scendere in campo) o gli stessi nomi di partito (Forza Italia).

È successo. Succede. Succederà.

Pertanto è ipocrita non accettare che uno sportivo possa “fare politica”, perché è una naturale conseguenza delle cose.

Il Donald Trump che twitta contro Stephen Curry o arringa la folla contro i giocatori NFL che si inginocchiano durante l’inno americano è magari diverso nella forma, ma nella sostanza non è il primo leader politico che parla o si schiera contro uno sportivo o una lega sportiva, al fine di ridurre tutto ad una narrativa da “noi contro voi”.

Fleischer sottolinea anche come intruding sports into politics is a bad idea for politicians. Sarà una cattiva idea, ma ha tanti precedenti, che spesso funzionano.

Quante volte l’organizzazione di un evento sportivo è stata giustificata a fini politici? Quante volte, tramite lo sport, la politica ha cercato il consenso della gente?

Il rapporto tra politica e sport è probabilmente di “dipendenza di uno dall’altro” inferiore rispetto a quello tra sport e politica, ma la sua stretta connessione è egualmente importante.

Se quindi la politica è libera di servirsi dello sport per creare consenso, opinione, propaganda, perché lo sport non può esprimere le proprie idee politiche?

Lo Sport È Cultura, ricopre un ruolo fondamentale nella tradizione culturale e sociale della stragrande maggioranza delle nazioni che popolano la terra.
Trattarlo come un qualcosa di Serie B, come un taxi di cui servirsi a convenienza ma non pagarlo mai, rimandando il saldo di un ipotetico conto in eterno, è ipocrita.

Finché la politica si servirà dello sport, il diritto degli atleti di esprimere e manifestare le proprie idee e il proprio dissenso (anche in maniera colorita come un Colin Kaepernick o un LeBron James) è ancora più giustificato, sensato e dovuto.

Perché considerando la storia, dire “athletes should stick to sports” significa considerare gli sportivi alla stregua dei gladiatori romani: esseri inferiori il cui unico scopo, la cui unica finalità è l’intrattenimento del popolo.

Qualcosa che aveva poco senso migliaia di anni fa, figurarsi ora.

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