Karlovy Vary International Film Festival – #coseceche

(nella foto, il caffé della giuria Ecumenica con Ken Loach e Paul Laverty)

Official Selection – Competition

Arrhythmia (Russia; 2017, 116′, International Premiere)

È la storia di una coppia in crisi, che deve fare conciliare un lavoro impegnativo (lui è un paramedico continuamente in movimento con l’ambulanza, lei è dottoressa al Pronto Soccorso) con i problemi del rapporto (l’alcolismo di lui, meravigliosamente interpretato da Aleksandr Yatsenko, meritato vincitore del premio come miglior attore) di coppia.

Il film riesce a catturare l’attenzione con una trama semplice grazie all’ottima regia e ad una recitazione encomiabile che riesce a mettere in scena una storia abbastanza contemporanea.

Voto: 8,5/10

Breaking News (Romania; 2017, 81′, International Premiere)

Alex è un reporter, che davanti a sé ha l’incarico più difficile della sua carriera: preparare un servizio “memoriale” per il suo fidato cameraman, tragicamente morto durante un reportage. In suo aiuto, non senza riluttanza, correrà la giovanissima figlia di lui, ottimamente interpretata da Voica Oltean (menzione speciale della giuria), in un viaggio che porterà Alex stesso a riconsiderare la sua vita e la sua professione.

Con una messa in scena non banale di un lutto familiare, inquadrato dal punto di vista alternativo dell’obiettivo giornalistico, il film si eleva sopra la media dei suoi competitor grazie alla recitazione dei due attori principali, non raggiungendo però livelli alti che potrebbero essere alla portata della storia.

Voto: 6,5/10.

The Cakemaker (Germania, Israele; 2017, 104′, World Premiere)

Dopo la morte del suo amante, Thomas lascia la sua Berlino, e il suo negozio, alla volta di Gerusalemme, la città natia di lui. Nonostante i pregiudizi per le sue origini tedesche riesce a ritagliarsi un lavoro da pasticcere nel bar di proprietà della vedova di lui, Anat. Lei non sospetta che l’innominato dolore che li unisce è l’amore per lo stesso uomo.

Indubbiamente il miglior film visto in competizione, un successo di pubblico (le standing ovation più lunghe degli ultimi 20 anni, a detta del direttore artistico del Festival) e anche all’interno della critica e della sala stampa, snobbato però in fase di premiazione. Un film gentile, che non rinuncia ad essere esplicito nelle tematiche delicate che tratta (non solo l’omosessualità, ma anche l’appartenenza identitaria ad una religione e ad una cultura) riuscendo ad essere alla portata di tutti e comprensibile da tutti. Meraviglioso sotto tutti i punti di vista (eccezionale la recitazione di Tim Kalkhof nei panni di Thomas), grazie al successo in Rep. Ceca sarà distribuito a breve negli Stati Uniti e nell’America Latina. Merita, tanto, tanto, tanto.

Voto: 10/10.

The Line (or. Ciara; Slovacchia, Ucraina; 2017, 108′, World Premiere)

Adam non è solo un duro e risoluto padre di famiglia, ma anche il boss di un cartello impegnato nel contrabbando di sigarette e clandestini attraverso il confine tra Slovacchia e Ucraina. Con l’avvicinarsi dell’ingresso dei primi nell’area Schengen, e il rafforzarsi dei confini, il fallimento di uno dei traffici lo porterà a riconsiderare i suoi stessi limiti.

Un thriller che avanza con un buon ritmo, nonostante forse si soffermi troppo nell’osservare e presentare i vari (tanti) personaggi che fanno parte delle famiglie coinvolte. Con un utilizzo intelligente del black humour, però, la sapiente regia di Peter Bebjak (vincitore del premio come miglior regista) riesce a tenere l’attenzione dello spettatore sulla storia, verso un finale non banale.

Voto: 7,5/10.

Corporate (Francia; 2016, 95′, International Premiere)

La vita della risoluta manager HR Emilie cambia nel momento in cui è testimone del suicidio di uno dei suoi impiegati. L’indagine sul caso diventa, quindi, un test morale per le azioni di una donna che, pur motivata da un’infinita devozione verso il suo lavoro, ha causato dolore per più di un impiegato.

Una superba Celine Sallette è, nettamente, la punta di diamante di un film “strano”, non classicamente francese nell’impostazione tecnica e molto americano nella trama, che avrebbe il potenziale per essere più efficace e d’impatto.

Voto: 5,5/10.

Daha (Turchia; 2017, 115′, World Premiere)

Il quattordicenne Gaza vive, con il padre Ahad, sulla costa del Mar Egeo; vorrebbe proseguire gli studi, ma il genitore lo incentiva ad aiutarlo con il suo lavoro parallelo: il contrabbando di clandestini.

Una storia molto attuale, messa da un punto di vista diverso, quello di un bambino che vorrebbe fuggire dal mondo in cui si ritrova coinvolto. Non è difficile empatizzare con lui, ma la sensazione è quella di un’occasione persa per fare un film “manifesto” di un tema che tocca la nostra quotidianità e attualità da anni ormai.

Voto: 4/10.

Keep the Change (Stati Uniti; 2017, 94′, International Premiere)

L’elegante ma apatico David incontra Sarah, un vulcano di energia, in un gruppo di supporto cui è obbligato da una sentenza. Una volta superati alcuni momenti di conflitto, i due diventano parte di una storia d’amore non banale che non cede, in nessun momento, ai cliché.

Pluripremiato al Tribeca e finanziato dal Sundance, Keep the Change è un film che prova a riscrivere il genere della classica commedia romantica newyorchese, riuscendo a farlo non soltanto grazie a personaggi (e attori) diversi, ma anche tramite una storia che, non rinunciando mai a intrattenere e sensibilizzare, mostra una coppia che non sente mai il bisogno di nascondere le proprie emozioni, neanche in una società riluttante.

Voto: 8,5/10.

Khibula (Georgia; 2017, 98′, World Premiere)

Poco dopo la sua elezione, il primo presidente georgiano democraticamente eletto è costretto ad abdicare per via di un golpe e a fuggire per cercare di evitare la cattura o, peggio, la morte.

Con picchi alti (Hossein Mahjoob nei panni del presidente Zviad Gamsachurdia) e bassi (le altre recitazioni, il ritmo della storia), Khibula assomiglia alla messa in pellicola di una piece teatrale, con l’aggiunta di scenografie mozzafiato che rendono onore al panorama caucasico. Nonostante si tratti di un bio-pic il film non riesce ad assomigliare ad uno, lasciando una sensazione agrodolce a chi lo guarda non conoscendo la storia del personaggio trattato.

Voto: 5/10.

Little Crusader (or. Krizacek; Rep. Ceca/Slovacchia/Italia; 2017, 90′, World Premiere)

Il piccolo Jan, unico discendente del cavaliere Borek, scappa di casa. Il suo ansioso padre si getta immediatamente a cercarlo, ma la disperazione per la ricerca inutile lo debilita lentamente.

Girato tra le campagne sarde e pugliesi, Little Crusader è un film che sarebbe stato appropriato (e molto più di impatto) negli anni ’60, perché degli anni ’60 ha tanto, per non dire tutto: tematica, utilizzo dell’immagine, sceneggiatura, recitazione, struttura. Nel 2017 è un film di cui si apprezzano le caratteristiche tecniche, ma risulta rivolto ad un pubblico troppo selettivo. Premiato come miglior film, in un sussulto di orgoglio nazionale.

Voto: 6/10.

Men Don’t Cry (or. Muskarci ne placu; Bosnia/Slovenia/Croazia; 2017, 98′, World Premiere)

Quando, poco meno di vent’anni dopo la fine delle guerre balcaniche, un gruppo di veterani di guerra si riunisce in un remoto albergo di montagna per alcuni giorni di terapia è difficile immaginare un’atmosfera tranquilla.

Diretto in maniera brillante, il film riesce a far passare in maniera forte l’importanza del perdonare gli altri solo dopo essersi perdonati, e il vasto cast interamente al maschile mette in evidenza picchi alti e meno alti di recitazione. Con un tema non banale, analizzato da una prospettiva abbastanza inedita (andando oltre la convenzione che il tempo lecchi le ferite) forse si poteva fare di più, ma il film è meritatamente tra i migliori della competizione (vincitore della menzione speciale della giuria).

Voto: 7,5/10.

Birds Are Singing in Kigali (or. Ptaki spiewaja w Kigali; Polonia; 2017, 120′, World Premiere)

È il 1994, e l’ornitologa Anna si trova nel mezzo del genocidio in Rwanda. Riesce a salvarsi e a portare con se, in Polonia, la figlia sopravvissuta di un collega, la cui famiglia è stata interamente uccisa. Dopo un difficile adattamento in Europa, le due faranno ritorno in Africa per un viaggio che non è solo una visita ai cari defunti, ma anche una scoperta di loro stesse.

Acclamato alla vigilia come un sicuro vincitore del premio come Miglior Film, alla fine ha portato a casa un ex-aequo come miglior attrice per le due protagoniste, indiscusse, della storia. Protagoniste che sono la vera forza e la calamita dell’attenzione dello spettatore, magnete di cui c’é bisogno vista la trama abbastanza sconnessa e irregolare, che fatica a risolversi in un finale unico, spesso percepito come diviso in più parti.

Voto: 7/10.

Ralang Road (India; 2017, 112′, World Premiere)

Le storie di quattro individui si intrecciano in una labirintica campagna ai piedi dell’Himalaya, fatta di villaggi e microcosmi sociali.

Per distacco il peggiore film del festival. Ha l’ambizioso obiettivo di mettere in scena le difficoltà dell’integrazione sociale e culturale, ma il continuo senso di caos e confusione che il film emana rende quasi impossibile prestare lo stesso livello di attenzione per più di 3 minuti consecutivi. È il primo film “indipendente” del regista, e la sensazione che si ha è quella di un tentativo di showcase di differenti abilità stilistiche, un meltin’ pot che però emerge nella peggiore maniera possibile.

Voto: 1/10.

Official Selection – Documentary

Another News Story (Regno Unito; 2017, 90′, World Premiere)

Un viaggio cronologico all’interno dell’emergenza migranti, con l’obiettivo che però non è posato soltanto sui profughi ma, in maniera abbastanza critica e senza filtri, sui giornalisti e sul loro modo di coprire la storia più importante dei nostri tempi.

L’alternanza dei punti di vista forse è troppo frenetica, finendo quasi con lo stancare lo spettatore, ma in un ora e mezza ben girata e montata il documentario riesce a dare un ritratto coerente ed efficace delle due anime della storia.

Voto: 7,5/10.

A Campaign of Their Own (Svizzera; 2017, 74′, International Premiere)

È la storia, dietro le quinte, della campagna alle primarie democratiche di Bernie Sanders, con l’obiettivo che è interamente centrato su alcuni dei suoi più fedeli supporters.

In una stagione particolarmente florida di docu-film sulle ultime elezioni statunitensi, A Campaign of Their Own si distingue per essere capace di fornire un ritratto completo e non banale di quella fetta di popolazione che ha sostenuto, con rinnovato entusiasmo, la candidatura di Sanders e forse ha deciso le elezioni non trasportando lo stesso entusiasmo sulla candidatura Clinton.

Voto: 7,5/10.

The White World According to Daliborek (or. Svet Podle Daliborka; Rep Ceca/Slovacchia; 2017, 105′, World Premiere)

Dalibor ha 40 anni, un lavoro stabile, ma vive ancora con la madre, gioca alla PlayStation e passa il tempo libero a scrivere canzoni piene di rabbia e girare horror amatoriali. E venera Adolf Hitler.

Un ritratto non banale e molto efficace di un uomo confuso e insicuro che trova rifugio in una ideologia che trasmette forza e sicurezza. Un film che potrebbe essere girato in un qualsiasi paese del mondo occidentale del 2017, un finale che termina senza compromessi.

Voto: 8/10.

Special Events

A Ghost Story (Stati Uniti; 2016, 93′, European Premiere)

Casey Affleck, al suo primo film dopo il Premio Oscar, e Rooney Mara sono le punte di diamante di un film unico nel suo meditare l’approccio all’amore, al lutto, con una presenza eterea che sovrasta il rapporto.

Non il classico film che ci si aspetta da un attore fresco di Premio Oscar, A Ghost Story è un film quasi innovativo nel panorama odierno, che tanto deve alla bravura dei due attori principali (soprattutto la Mara), la cui coerenza e linearità però fatica a convincere del tutto.

Voto: 6/10.

Wind River (Stati Uniti; 2016, 111′)

Cory (Jeremy Renner) è a caccia nella desolata tundra nevosa del Wyoming quando si imbatte nel corpo esanime di una giovane donna nativa americana. L’indagine, guidata dalla debuttante agente FBI Jane, porterà alla luce una storia sconvolgente.

Presentato al Sundance e a Cannes (premio Un Certain Regard come miglior regista a Taylor Sheridan) il film è un ottimo thriller la cui forza è sì dovuta all’inospitale ambiente in cui è ambientata, ma anche alla superba recitazione di Renner in un ruolo pieno di sfaccettature e difficile da mettere in scena. Vincitore, a Karlovy Vary, del Premio del Pubblico.

Voto: 8/10.

Ceremonies Movies

Opening Ceremony: The Big Sick (Stati Uniti; 2017, 124′)

Come altri comici, Kumail sogna di lasciare i piccoli “palchi di provincia” ed esibirsi davanti a platee più numerose. Con un contesto familiare troppo tradizionale e conservatore per lui, e un monologo personale che stenta ad affascinare, la sua vita cambia quando s’innamora di Emily e del suo eccentrico senso dell’umorismo.

Basato sulla storia vera del rapporto tra l’emergente comico Kumail Nanjiani e della moglie Emily Gordon, il film sprizza autenticità e purezza da tutti i pori. Conquista con risate continue e rilassanti anche il più riluttante degli spettatori, e riesce a farlo evitando i cliché della classica storia-d’amore-che-va-contro-i-dogmi-familiari grazie ad una trama non banale e scontata. Pensato per una distribuzione su scala ridotta, il successo degli ultimi mesi ne ha aumentato la diffusione a livello mondiale e potrebbe trasformarlo nella sorpresa dell’anno.

Voto: 9,5/10.

 

Horizons

Fortunata (Italia; 2017, 103′)

Fortunata, parrucchiera della periferia di Roma e madre single devota alla figlia, è determinata a lasciare il suo lavoro a domicilio per aprire il suo salone personale.

Una fantastica interpretazione di Jasmine Trinca in un melodramma ben diretto da Castellitto, un film che ha ben figurato a Cannes e che, per le sue componenti e per il suo messaggio, sembra essere maggiormente rivolto e adatto ad un pubblico internazionale, dove potrebbe trovare maggiori fortune.

Voto: 7,5/10.

The Beguiled (USA; 2017, 94′)

È il 1864 e un soldato ferito trova rifugio in un collegio femminile in Virginia. Durante la convalescenza le attenzioni rivoltegli dalle giovani ospitate dal collegio presto si tramutano in gelosie e rivalità.

Remake dell’omonimo film del 1971 e in competizione a Cannes, dove Sofia Coppola è diventata la seconda donna nella storia a vincere il premio di miglior regista, è un thriller che ti tiene incollato allo schermo grazie alla forza delle eccellenti recitazioni (su tutti, una strepitosa Nicole Kidman) e di una storia che, seppur poco dinamica, non manca di catturare costantemente l’attenzione.

Voto: 8,5/10.

Altre considerazioni

  • Karlovy Vary, come città, è stata una sorpresa: piacevole, piena di colori nonostante alcuni edifici di stampo comunista che stonano con l’architettura neoclassica, piena di gente di tutte le età (non così scontato in una città termale).
  • Festival molto ben organizzato: una macchina ben oliata, che filava senza problemi e riusciva ad avere le sale sempre piene con l’offrire l’ingresso gratuito a chi si posizionava in fila, fuori dalle sale, a reclamare eventuali biglietti venduti (o riservati) ma non reclamati fino a 10 minuti prima delle proiezioni.
  • Dei tre ospiti “hollywoodiani” il più empaticamente coinvolto è stato, senza dubbio, Jeremy Renner, presentatosi in terra ceca nonostante un infortunio sul set e ben a suo agio nel ruolo di intrattenitore.
  • Un’esperienza indimenticabile, da rifare!

 

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